Testi Critici

UNA SCULTURA, E NON SOLO


La scultura, fin dalle sue più arcaiche rappresentazioni, comporta una riduzione, cioé una scelta. Specialmente in casi come questi, in cui l'autore si é avventurato nel non facile compito di scolpire la pietra leccese, la materia quasi inerte ha subito una trasformazione che le ha dato un'altra vita, e, dunque, un'altra funzione. La rappresentazione simbolica di uno stemma glorioso, quello della Guardia di Finanza, corpo la cui nascita risale alla seconda metá del XVIII secolo, nel Regno di Sardegna, è ricca di significati allegorici e di storia, a cominciare dal motto mutuato dall’antico etimo latino dal vate Gabriele D’Annunzio, "neanche spezzata retrocede", "nec recisa recedit" (letteralmente "Alle Fiamme Gialle, onore di Fiume, Nec Recisa Recedit, Fiume d’Italia, 1920"), motto divenuto ufficiale nel decennio successivo. L’animale, maestoso, si erge circondato dai quattro elementi, a guardia e a difesa degli equilibri naturali e della tutela della societá, nel nome della regola "aurea". Carmine Sabbatella, artista contemporaneo ed eclettico, ha affrontato un cammino faticoso e pieno di incognite, per trovare un equilibrio tra le pieghe della materia, la sua consistenza, le sfumature cromatiche e volumetriche, e il proprio progetto poetico di interpretazione figurata, nell’attenzione costante a mantenere intatti i valori simbolici che il soggetto richiede, ma nello stesso tempo nel concedersi quella libertá interpretativa che rende la scultura unica. Per Sabbatella è stato un pò come ritornare alle antiche origini, scolpire davvero, misurarsi con la durezza della pietra per uscire dai canoni contemporanei che spesso definiscono lo scultore come un "progettista" che poi delega la sua idea alle sapienti mani di un artigiano, a cui viene negato il ruolo di creatore. Carmine Sabbatella riassume quindi in sè il compito di creare e realizzare, prerogativa rinascimentale. Grazie alle nuove tecnologie ho avuto la possibilitá di seguire l’evolversi di questa esperienza anche a distanza, man mano che l’artista mi inviava gli sviluppi e i progressi del suo lavoro, con l’entusiasmo di una partecipazione autentica. Del lavoro di Sabbatella avevo visto installazioni, opere minimaliste, concettuali nel vero senso della parola, apparentemente lontane da questo universo araldico, e ho visto questa sfida appassionarlo in un crescendo di soddisfazione e vera e propria fatica fisica. L’opera è curata nei dettagli, le ali, il becco, gli artigli...nella parte frontale e in quelle laterali, la parte posteriore invece è volutamente abbozzata. Anche il concetto di "non finito" che dona fascino ed evoca "modernitá" in quella Pietá di Michelangelo che tutti conoscono, viene volutamente abbracciato da Sabbatella. La dimensione dell’opera supera i due metri di altezza, la scultura è potente, ha una fisicitá, cioè, importante. La storia delle avanguardie, soprattutto del primo Novecento, rilegge la scultura monumentale ma la rilegge a modo suo. Viene reinterpretata nella forma narrativa del materiale e del significato. Dalle avanguardie storiche del 900 in poi gli artisti lavorano per sottrazione formale e per una maggiore complessitá concettuale. Alla narrazione fa seguito la sintesi, che, se in alcuni aveva avuto prevalentemente lo scopo di arrivare ad una essenzialitá di matrice primitiva, successivamente si sposta l’attenzione verso un superamento globale del concetto di tridimensione. Il grifone troneggia, seduto sulle zampe posteriori, alle sue spalle la montagna. L’animale sfida il tempo e lo spazio, presidia il luogo. I suoi occhi di ferro rappresentano la forza, una delle licenze poetiche che l’artista si è concesso. Nella sfida, nel coraggio, vi è la morale di chi non indietreggia, ma, anzi, si espone in prima persona. E per fare un parallelo che può sembrare azzardato, anche l’artista si mette in gioco sfidando, a sua volta, le convenzioni, per raccontare se stesso attraverso la propria opera. Come ho scritto all’inizio Sabbatella nel proprio percorso spazia tra ferro, pietra, vetro, stampa digitale e mille altri materiali. Raramente ho visto usare il medium tecnico proprio in funzione del senso che l’artista vuole dare al lavoro, e non viceversa, come accade troppo spesso. Il suo viaggio a Milano, la sua ferma intenzione di rimanere nel luogo decisamente più importante per vivere le esperienze artistiche del contemporaneo, fanno parte di una personalitá dedicata alle proprie passioni. Le sue opere pubbliche, i lavori di ricerca, l’impegno sociale, sono parte integrante di un viaggio in cui arte e vita sono la stessa cosa. Come lui stesso ha sostenuto in una intervista, per fare l’artista, anche oggi, bisogna sapere guardarsi indietro, ai protagonisti del passato, ed è in questo senso che egli affronta la sfida, per esempio, della rappresentazione dell’arte sacra, o la committenza per opere pubbliche, o, come in questo caso particolare, il confronto/dialogo, con uno dei simboli iconici della Guardia di Finanza.

Vittoria Coen 2017  



PAGINE DI FERRO


Il percorso espressivo predisposto da Sabbatella in questi anni di intensa attivitá di ricerca e di indagine ha visto proliferare aree tematiche diverse e fattori di scelta plastica che vanno dalla pietra al ferro alla stampa digitale e alla fotografia. In questo evento espositivo l?artista rinuncia alla complessitá antropologica del suo fare per inseguire un clima di rigore estremo, al cui interno tornare a esprimere proliferazione. Sabbatella opta per un lavoro filologico di scrittura, in cui la decorazione, il micro gesto dell?incisore si distribuiscono su pagine di ferro di dimensioni diverse ma in un processo in togliere, cioè che asporta perchè l?essenza immaginativa del pensiero affermi se stessa lentamente e solo attraverso una fruizione attenta. Si tratta di un processo espressivo minimo e concettualmente esasperante, condotto soprattutto la notte e in ogni pausa del giorno, per tornare a rappresentare il pensiero quotidiano e il progetto intellettuale, ancora con quella forza incisiva che è di Sabbatella nello scalpello sul marmo e del martello nella forgiatura di un ferro incandescente.

IL SISTEMA ESPRESSIVO DI CARMINE SABBATELLA

Il sistema espressivo che Carmine Sabbatella ha progressivamente elaborato in questo ultimo biennio , può essere racchiuso intorno a tre momenti specifici: i materiali, la scrittura, la funzione d'uso. Dopo una prima fase sperimentale svolta a trecentosessanta gradi, il giovane artista ha potuto verificare la corretta relazione tra la centralità del dato di supporto, nel caso specifico il ferro , l'atto della comunicazione attraverso il segno grafico , ed una attenta e mirata funzione d'uso del manufatto finale , intendendo questo ultimo passaggio nel quadro di un'approccio antropologico dei processi di relazione tra l'opera ed il fruitore. In corretta corrispondenza con la storia contemporanea della scrittura che ha visto la significativa affermazione della superficie plastica quale luogo privilegiato della comunicazione, Sabbatella ha optato per un'attenta procedura espressiva determinata dai valori della superficie metallica; la lastra di ferro risulta predisposta nelle dimensioni attraverso una variabile controllabile dal processo di scrittura è quindi affrontata metodologicamente quale il foglio da disegno, la lavagna. La lastra industriale ricoperta da un fondo stabile è incisa nell'atto creativo del disegno; la forza del ferro, i suoi valori antichi vanno a rinforzare lo stato di tensione di una cultura e di una sensibilità contemporanea ed a favore di ciò l'artista collega anche una manipolazione plastico-ambientale. Il processo di incisione della lastra così predisposta si caratterizza attraverso un incisivo rapporto in accentuazione e sottolineatura, con occupazione ampia dello spazio ,insistita elaborazione delle forme iconiche e dei volumi astratto-decorativi, ogni lastra si offre pagina di comunicazione , perfettamente autoreferenziale nei contenuti e nella grafia ed è così che in ognuna, disgiunta dalla funzione tradizionale dell'incisione , si offre frammento poetico tratto da una raccolta iconografica in progress in grado di imporsi nello spazio con quei valori di reperto autentico e ricco di vitalità interiore. Nel dialogo tra ferro e scrittura, tra incisione e decorazione, si inserisce a tratti un'attenzione mirata verso la funzione d'uso cioè in occasioni in cui l'opera va ad interagire con le necessita sociali , ogni foglio metallico subisce in realtà la contaminazione dell'oggetto quotidiano, dello strumento di lavoro , del soggetto del nostro spazio quotidiano; il foglio di ferro vive un'ideale spostamento dallo spazio espositivo e della fruizione dell'arte verso l'infinita variabilità degli oggetti di design. Sabbatella si presenta nel sistema dell'arte contemporanea con un progetto artistico-culturale, rigorosamente caratterizzato dalle tre componenti tecnico espressive , che va ad interagire tra i diversi valori della fruizione estetica.

Andrea B. Del Guercio Direttore Dipartimento di Arte Sacra Contemporanea Accademia di Belle Arti di Brera Milano


VISIBLE LANGUAGE DI SABBATELLA

Sculture in pietra, lastre con incisioni su ferro, vetrate per chiese,  affreschi e altre soluzioni artistiche sono siglate dall' inconfondibile indice  grafico di Carmine Sabbatella: la stilizzazione del suo pollice, delle dita della mano che dall'alba dei tempi registra e trascrive  il moto perpetuo delle idee vagando  intorno alla ricerca della volontà di rappresentazione delle cose, del sacro, del tempo e dello spazio.
Sabbatella è uno sperimentatore di materiali dal segno costante che non si inserisce in nessun  movimento, scuola di pensiero o gruppo artistico, ma procede solitario elaborando un particolarissimo linguaggio arcaico, postinformale e  post-rupestre, intimista ed espressivo  caratterizzato da forme iconiche autoreferenziali immerse nel magico mondo della scrittura di emozioni, istinti e sensazioni, utilizzando codici tratti da alfabeti  primitivi fuori dal tempo.
Sabbatella crea forme – caratteri tipografici- coniando nuovi indici di un alfabeto indecifrabile magico-primario, emerso da stratificazioni e contaminazioni culturali, riproducendolo su lastre di ferro, nella pietra, sulle superfici di qualsiasi materiale, è riconoscibile per  segni sintetici germinanti, evolutivi che rimandano a culture affascinanti perché ancora sconosciute. 
Il suo  procedere per composizioni di indici grafici di primari dipende  dai materiali scelti e dal luogo in cui si collocano, ogni volta è un alchimia del mito che intreccia prospettive simboliche verosimili e questi segni, dal significato misterioso, ci affascinano  per la loro indecifrabilità. Per Sabbatella è opportuno parlare  di indici, più che di segni grafici poiché, il pollice e l'indice che si congiungono nel gesto dello scrivere, del tracciare su una superficie segni, stilizzati e organizzati  in forme germinanti: sono le sigle del suo linguaggio che riflette sull'archeologia del segno.
Lo scultore s'interroga sul rapporto tra la memoria  di una  cultura orale perduta con l'invenzione della stampa  e  una scrittura simbolica, con l'obiettivo di  visualizzare un codice  grafico originalissimo, soffermandosi sull'importanza del gesto che  contiene  modi e mondi per raccontare il silenzio di un tempo eterno.
La mano, le dita, il gesto sono strumenti di comunicazione che precedono la scrittura, sono agenti del fare, del creare cose materiali e  dimensioni immateriali cariche di simboli, che  Sabbattella trasforma in codici  di una comunicazione non verbale, iconizzando l'aspetto gestuale racchiudendo un mondo arcaico nei materiali scelti. Affidare alla pietra, al ferro, all'affresco la funzione di  comunicare le potenzialità di un linguaggio orale elaborato, con geroglifici dell'invisibile, non è impresa semplice;  lo aiutano  la scelta di  materiali "antichi " scelti  che avvalorano i suoi codici specifici e rimandano alle arti rupestri,  simboliche, in cui hanno preso forma le forze primarie delle epoche precristiane.
 La sua  personale "tra-scrittura" per indici di una oralità che si fa segno, parola, cosa  nell'operare  artistico non racconta  nulla di specifico, ma concentra  nella potenzialità  della forma iconica –sintetica il suo valore creativo e simbolico. Scrive Heiddeger :" La realità, nell'opera, è, palesemente, la materia di cui essa è fatta " ( L'origine dell'opera d'arte, 2000, p.23).
E tale principio è rispettato da Sabbatella  che iscrive  nella materia la memoria  di segno grafico autoreferenziale.
Le parole sono radicate nel discorso orale, la scrittura le imprigiona, ma il gesto, come puro atto grafico le libera dal suo significato, dal pericolo di  visualizzazioni  e contestualizzazioni culturali , evidenziandone solo il suo valore estetico -emozionale. 
Per capire il linguaggio di Sabbatella  è necessario  ripensare alla tradizione orale, al valore del fare,  considerando il gesto punto di partenza  della scultura intesa come  una eredità di forme, generi e stili possibili aperti  a letture e trascrizioni  variabili di un sistema di simulazione iconica primaria, complesso, misterioso e traccia  arcaica dell'espressione scritta. Queste  sue alfabetizzazioni informali rappresentano un mondo invisibile, conoscibile  solo mediate un processo  iconoclasta della forma, un astrazione  estrema di  codici sinuosi  creata puntando il dito sulla traccia, alle origini dell'impronta del pollice che incide la materia.  Per Adorno, l'archetipo del sublime, unica idea dell'estetica antica che non E' mai tramontata nell'arte moderna è il nero, e sul nero opera anche Sabbatella.
 La sua visualizzazione  dell'impronta si  fa segno artistico e si organizza in un mosaico di codici germinanti, organizzati ma dissociati dalle parole utilizzati come presupposti formali per scardinare i processi del nostro linguaggio. In: Der  Satz vom Grund , Haidegger parla di un vedere che è in qualche modo anche ascolto, portando la nostra  sensibilità dalla ovvietà dei sensi all'essenzialità di percepire altro. Sabbatella  elabora esecuzioni e stilizzazioni  grafiche che sembrano interpretazioni , organizzate dell'automatismo psichico teorizzato  nel Primo manifesto del Surrealismo di André Breton ( 1924), in cui si  mette in evidenza l'importanza di una scrittura inconscia con la quale si può esprimere il funzionamento del pensiero,  ma anche indagando i  processi cognitivi in assenza di qualsiasi censura o controllo esercitato dalla ragione e della morale. Masson  nei suoi disegni automatici trasferisce impulsi, desideri trascrivendo situazioni oniriche in un azione veloce caratterizzata da  un flusso di linee e gesti esplosivi imprevedibili, Sabbatella  ordina, stratifica , incastra decontestualizza e razionalizza la  trascrizione automatica della psiche,  concentrandosi, nel fare,  sulla stilizzazione  delle dita come una sintesi formale tra la dimensione del sogno e della conoscenza, nel fare, ricongiungendo percezione e pensiero.  
Dagli anni  novanta lo scultore ha  approfondito, studiato, elaborato e assimilato i valori plastici di codici primitivi,  che  rimandano anche alle culture tribali di popolazioni arcaiche che sarebbero piaciute moltissimo a  Picasso, ma anche a Pollock. 
La sua passione profonda per l'arte primitiva , i materiali  poveri e la  ruvidezza del gesto, la curiosità del fare per elaborare una  raffinata sintesi grafica, traccia  e incide il Silenzio del tempo nella materia, qualunque essa sia immergendo lo spettatore in un altrove  sinestetico, in cui tutti i sensi , codici e indici trascrivono un nuovo spazio da ricreare nel nostro sguardo.

Jacqueline  Ceresoli    


TRA ARTE E DESIGN

Non si può affrontare la lettura dell' ancor giovane opera di Carmine Sabbatella senza tener conto della precipua  manualità che la caratterizza.Talento  che trova archetipi nella tradizione familiare,il padre è un  maestro artigiano specializzato nella lavorazione del ferro,e pian piano affinato con gli studi accademici. Ed è  proprio  attraverso una personalissima rivisitazione dei metalli e del modo di lavorarli che l'espressività di Chicco inizia a trovare un'autonomia di linguaggio che estende via via anche ad altri materiali. Anche l'iconografia che caratterizza buona parte della sua produzione ,e di volta in volta si fa soggetto o decoro, prende spunto dalle mani e dai loro movimenti  dando origine a una sorta di alfabeto segnico che in corso d'opera sviluppa nuove e vieppiù interessanti scrittografie. Il riscontro di ciò lo troviamo principalmente nei disegni e nelle incisioni le cui matrici sono spesso utilizzate dal nostro quale elemento decorativo a supporto di oggetti altri. penso per esempio alle sedute, agli amboni o alle copertine dei libri d'artista senza tralasciare naturalmente le sculture in pietra  in cui la modellazione si tramuta in impronta,indizio per giungere ad inaspettati significanti simbolici. Non potrebbe,del resto, che essere altrimenti in quanto queste pietre provengono dal luogo di origine di Carmine,l'entroterra salernitano,e in tempi remoti erano già state sbozzate e plasmate per differenti funzioni:gradini,lastricati,basamenti.Osservandole ora ci paiono  come preziosi reperti appena emersi da uno scavo  ma segnati da una fisiognomica di vibrante contemporaneità. La stessa che non a caso anima tutta una serie di lastre a soggetto sacrale in cui l'icona primaria viene avvolta,circondata o attraversata dalla texture falangica.
Anche in differenti  e fragili campi applicativi quali il vetro e la ceramica si riscontrano risultati apprezzabilissimi  in cui il gioco d'ombre complica e incuriosisce la percezione dell'immagine mantenendone al contempo  l'alta qualità visiva. Così come nelle ultime pitture ,dedicate agli agglomerati urbani,in cui la presenza della mano diviene indicazione,orientamento,cenno.
Quella di Carmine,allora, si rivela essere una poetica in formazione che adegua i propri saperi a svariate ricerche e committenze ponendosi nella scia degli  attuali  percorsi produttivi, in perenne contaminazione con il design.

Stefano Pizzi


BISOGNA BATTERE IL FERRO FINCHÉ È CALDO!

Che relazione c’è tra una lastra metallica, simile a una “pagina” di ferro incisa con segni brulicanti e Carmine Sabbatella ? La risposta è semplice, c’è la sua storia trascritta con segni stilizzati, forme germinanti, dinamiche ed evolutive che tracciano la sua identità. Il suo essere cresciuto a pane e ferro nella “bottega” del padre, fabbro e artigiano da cui ha ereditato il valore del manufatto e appreso il segreto del fare: una pratica che nel tempo si è trasformata in un linguaggio inconfondibile. Lo scultore, salernitano d’origine e milanese d’adozione si definisce “alchimista dell’arte”, abile nel rielaborare la mitologia, la storia, restando in bilico tra magico e primario. A Milano ha frequentato l’Accademia di Brera e ha sperimentato diversi linguaggi e materiali, come il ferro, le lastre metalliche, la pietra, il marmo: tutti materiali della Terra. Lavora per se in maniera frenetica e convulsiva e su commissione; è tra i pochi adepti dell’arte sacra, paradossalmente impraticabile nel XXI secolo, in cui l’umanità ha perduto il valore di una ricerca spirituale, la tensione verso l’assoluto; tema che ha nutrito l’arte dal Medioevo fino all’età dei Lumi, quando la ragione si sostituisce a Dio. Lo scultore si distingue per la forza virile delle sue mani, che hanno toccato, piegato, inciso e graffiato di tutto, per il suo corpo possente e soprattutto per un codice autoreferenziale inciso su lastre metalliche e altre superfici. Sabbatella ha realizzato vetrate per l e chiese, sculture urbane, affreschi pubblici e privati e sbarca il lunario svolgendo diverse committenze e facendo il grafico digitale. E’ un artista rinascimentale, figlio di una cultura umanista, che ha vissuto in una Terra tellurica, che trasuda di segni arcaici e testimonianze di civiltà preistoriche. Non c’è materiale che lo inibisca o che possa limitare il suo desiderio di lasciare un segno ovunque: l’impronta del suo pollice destro e un groviglio stilizzato delle dita della sua mano. Questi segni brulicanti sono l’inconfondibile cifra del suo linguaggio arcaico, post-rupestre, in cui la figurazione s’intreccia con l’astrazione, il mito con la storia e l’iconografia sacra con la realtà. Sabbatella nello spazio di City Art a Milano presenta 11 incisioni su lastre di metallo. Poteva raccontare il suo polimorfismo eclettico, mostrando un vasto repertorio di opere realizzate in oltre dieci anni di attività di lavoro, invece ha scelto l’essenziale, è andato per sottrazione, si è semplificato, mostrando il suo DNA formale: l’incisione su lastre metalliche e in questa forma d’arte non ha rivali. Di Sabbatella, senza esagerare, potremmo dire che ha un rapporto quasi erotico con il ferro, gli piace piegarlo a suo piacimento, domarlo e mapparlo con segni che incidono gesti decisi. Il ferro è un materiale vivo, è caldo o freddo a seconda delle condizioni ambientali in cui si trova, è duttile e nell’alchimia è associato a Marte. Per Sabbatella il ferro è materia-corpo, pelle, pergamena, ceppo miliare, foglio di un diario mai scritto sul quale incidere codici–icone di un alfabeto indecifrabile, misterioso di forme antropomorfiche emerso da stratificazioni e contaminazioni culturali e immerse in un magma fluido. La sua scrittura segnica trascrive automaticamente sensazioni, istinti, pulsioni, emozioni: la vita. Materiale, gesto, segno, sono gli elementi portanti del suo codice antropomorfico, il tema è un presuppo sto poetico; l’importante è lasciare una traccia di una scrittura simbolica, come testimonianza di esistenza; un’impronta della sua pulsione di vita. Se graffia, incide, manipola un materiale, Sabbatella vive. fuori dal gesto, dal fare cose che non esistono in natura, l’artista si nega. La sua originalissima comunicazione non verbale, ma figurativa simbolica, iconizza l’aspetto gestuale e trascrive geroglifici di una ricerca invisibile del senso alle cose. Lo scultore s’iscrive nella materia, come memoria del suo vissuto, nell’attimo in cui il gesto d’incidere il ferro si fa segno autoreferenziale. Il gesto è una comunicazione universale che s’iscrive nella tradizione orale primitiva, capace di superare le barriere linguistiche e culturali. La sua impronta contiene la potenzialità primitiva di espressione, che sulla materia, diventa atto grafico, linguaggio dal valore estetico ed emozionale, fondendo decorazione e simbolismo. Osserviamo queste incisioni d alla forza arcaica e insieme visualizzeremo una scrittura dinamica, inconscia, che indaga suoi processi cognitivi in assenza di qualsiasi controllo, censura esercitati dalla ragione o dalla morale, proprio come accade quando due corpi si amano, all’apice del piacere l’io si perde nell’altro, con la tensione di esorcizzare la morte nell’istinto di vita. E se così è per l’artista, l’augurio per noi è che batta il ferro finché è caldo!

Jacqueline Ceresoli


CARMINE SABBATELLA: ALCHEMICO DELL’ARTE

maggio 3rd, 2011 | Published in Arte Design Moda

Chicco artigiano della creatività noto per lastre con incisioni su ferro, vetrate per le chiese, sculture di grandi dimensioni, affreschi e altre opere siglate da un segno inconfondibile: l’impronta del suo pollice, delle dita della mano che dall’alba dei tempi crea forme che plasmano idee, simboli, metafore in bilico tra la realtà e l’immaginazione Carmine Sabbatella scultore e incisore, in arte Chicco, da anni sperimenti tecniche tradizionali basate sulla manualità, ma come ti definisci e come hai fuso questi diversi linguaggi ?

Mi definisco un alchemico dell’arte, creo secondo la mia immaginazione, ispirandomi alla memoria. Amo l’evoluzione umana, l’antropologia che ha segnato i tempi e l’uomo. Utilizzo materiali di diverso genere, principalmente lastre di metallo che scavo per cercare dentro delle storie. Hanno segnato la mia carriera le pietre del Vallo di Diano da dove provengo, che ho usato per tracciare volti capaci di raccontare vite e tempi passati. E’ la pietra che si presta a contenere e rafforzare la natura stessa. Gli artisti dovrebbero ringraziare la natura per averci regalato pietre e metalli che possiamo plasmare e trasformare… io mi sento grato di questa sostanza fertile che si trasforma o rinasce a vita nuova dalle nostre mani.

Perché hai scelto l’incisione e ti sei specializzato nell’arte sacra?

L’incisione è la tecnica che in maniera concreta ti avvicina alla materia. Lavorando il metallo nella bottega della mia famiglia, graffiando alcune lastre sin da bambino ho imparato a creare… se ne ricavava un negativo che sembrava partorito dal metallo. E più graffiavo, più scoprivo la luce dell’argento del ferro vivo, un luccichio che si fa strada tra il buio del colore moro della lastra, nell’incessante lavoro del “togliere”, ma senza ripensamenti, come accade sulla pietra. Il caso ha influenzato molto il mio percorso, fatti accaduti nella mia vita e in modo spontaneo, poi l’indirizzo accademico sul sacro contemporaneo, scoperto dopo l’arrivo a Milano quando ero convinto di scegliere la strada del design… Considero ardua la strada per fare intendere che non vi è distinzione tra arte sacra e arte in generale, che si tratti di un’icona sacra o di un volto collegato alla società o alla politica che diventa icona il senso dell’opera non cambia, è il senso del messaggio che rimane, quello puro dell’autore che lancia un tema e lascia libera interpretazione a chi guarda e fruisce l’opera.

L’arte sacra è sostenibile in questo momento di crisi d’identità dell’arte contemporanea ingabbiata nelle logiche di mercato ? Perché?

La ricerca per il sacro nell’arte nasce anche dalla voglia di raccontarsi. Il sacro è fuori da ogni canale commerciale, le gallerie contemporanee disdegnano un certo tipo di immagine, puntano su quello ciò che attira al momento. La ricerca intellettuale si riduce ad una nicchia di pochi “martiri” che credono nell’idea del “fare arte” aldilà di quella committenza commerciale e continuano a raccontare qualcosa. E’ difficile scontrarsi con questa idea, eppure è questo per me il fare arte. Oggi il mercato ha preso le redini, con una chiave di lettura del tutto personale, togliendo spesso il compito della selezione a persone qualificate come critici storici e letterari. Anche questi oramai tendono a difendersi in questo sistema che determina il valore commerciale, dimenticando la raffinatezza artistica e il suo incerto futuro.

Hai donato un’opera alla chiesa di Santa Maria Maggiore di Mirabella Eclano, dopo il suo recente restauro perché e come hai svolto il tema sacro ?

L’opera “Lettera alla Madonna” è una rivisitazione e interpretazione del patrimonio iconografico cristiano, forse più specificatamente della devozione mariana. Ho deciso di donare la mia opera perché l’unico modo di permettere il suo senso era la collocazione in una “casa”, la sua casa migliore è una chiesa intitolata alla Madonna stessa. La morbidezza della tradizione tardo quattrocentesca mi ha ispirato, la ricerca del materiale e gli strumenti che ho utilizzato invece ne determinano la sua contemporaneità. La lastra di ferro sostituisce la tela e la pittura ad olio, per volontà concettuale di sottolineare, nella forza e nel peso del materiale, la persistenza nel tempo di un’esperienza umana e divina. Poi l’attimo catturato è un momento di rigore e concentrazione, perché la stessa fruizione sia partecipata, ma attenta.

La scultura integrata all’urbanistica, all’architettura, alla committenza ecclesiastica trova una sua collocazione ideale , ma non accade sempre , ti senti abbandonato a te stesso dagli enti pubblici?

Voglio essere ottimista. Credo che una buona divulgazione dell’arte e dei suoi principi possano aiutare a sensibilizzare le aziende e le grandi infrastrutture ad una cultura dell’arte come risorsa economica futura. Da sempre l’arte arreda le nostre strade, case, giardini e chiese. Non si può dare un taglio a tutto questo, o meglio non si può continuare a fare peggio! Bisognerebbe prendere esempio da paesi europei come la Germania o la Svizzera, che investono sul contemporaneo, guardando avanti, credendo nei loro giovani artisti, ma soprattutto non permettendo, come accade in Italia, la migrazione continua in cerca di fortuna altrove.

Riesci a vivere del tuo lavoro come?

Vivo del mio lavoro, ma grazie alle mille cose che girano attorno a questo mondo! Negli anni ho imparato anche a fotografare, ad usare gli strumenti grafici, a gestire e organizzare eventi artistici. Tutto ciò mi ha permesso di fare della mia “ricerca-arte”, un vero lavoro. Anche se le committenze private sono e restano il guadagno concreto dell’artista di oggi.

Che materiali e tecniche utilizzi ?

Materiali che si trovano in natura, ma li uso in maniera diversa, con la mia linea grafica. Il ferro lo forgio, lo incido, lo piego. La lavorazione poi ne determina il carattere decorativo o la funzione d’uso. Il lavoro sulle lastre sembra tanto complesso, ma alla base l’atto è persino arcaico: si tratta di graffiare, di togliere, asportare il plus, lasciando emergere il segno. Le lastre di ferro pre-verniciate sono fredde come la pietra, l’altro materiale vivo da me prediletto che incido con vecchi metodi. Nella grafica invece adopero “citazioni di frammento”, parti di mie incisioni moltiplicate in maniera modulare, creo diverse texture che poi trasferisco sulla tela, poi continuo nel processo di lavorazione con l’aggiunta del colore e del segno.

Il tuo codice identitario è l’impronta del tuo dito che applichi a tutte le opere cosa significa ?

Le dita unendosi si fanno riconoscere come trama delle mie opere. Sono un rimando al concetto di massa, di persone…l’insieme delle forme crea un’entità forte che diventa uno sfondo o un riempimento per i miei lavori su tela: copro con il colore ad olio le aree che voglio, lasciando in luce le parti che poi saranno la forma e l’anima del soggetti. Da circa 13 anni uso la citazione del frammento, la stilizzazione delle dita della mano: esse creano un’entità articolata, un’atmosfera, ma sto ancora lavorando su questa linea, fra il mettere colore per togliere la trama e il processo inverso, come nell’ago-incisione delle lastre, dove porto via anziché aggiungere.

Sei salernitano d’origine e vivi e lavori a Milano, ma cosa stai facendo nella tua terra per sensibilizzare gli enti pubblici a riqualificare il loro territorio con l’arte?

Vengo da un territorio pieno di storia e la mia terra per me ha un valore sacro. Spero di riuscire nel tempo a valorizzare con il mio lavoro anche il territorio. Molte delle mie opere sono dedicate a questi luoghi, portano anche il loro nome. Ci sono dei progetti work in progress che spero presto possano concretizzarsi con la collaborazione degli enti, che a volte decidono lentamente o sono incerte e non concretizzano fino in fondo.

Qual’è il tuo sogno?

Il mio sogno è diventare un’Artista, quello con la A maiuscola, che viene riconosciuto non per il solo nome, ma perché si apprezza il senso del suo fare arte e le emozioni che questo suscita.

Chi sono i tuoi maestri e perché non hai mai abbandonato la figurazione?

Il mio maestro è Stefano Pizzi che mi ha lasciato esplorare da solo e fare ricerca senza vincoli nella mia scuola d’arte, cosa che non accade troppo spesso nelle accademie. Per la parte teorica mi hanno guidato Andrea Del Guercio e Pierangelo Sequeri, che invece mi hanno indicato pensieri e concetti su cui riflettere. Poi ci sono state altre persone che mi hanno fatto crescere e capire grazie alle loro “storie d’artista”, come Antonio Paradiso, Angela Occhipinti o Renata Boero. Ma poi ci sono anche “altri” artisti che mi hanno sempre dato qualcosa..parlo stavolta di De Gregori, De André, Battiato, Dalla ed anche dell’incanto dei grandi della letteratura che ci hanno folgorato con le loro idee come Dante! La figurazione è un tema molto attuale, la gente è stufa delle macchie di colore o dell’astrattismo, ci hanno già pensato Picasso, Pollock, Burri, Fontana, Damien Hirst a stravolgere il tutto! A noi tocca ricominciare da loro, ma ciò non toglie che bisogna guardarsi indietro, come hanno fatto loro prima di noi.

Cosa stai preparando?

Lavoro a più progetti contemporaneamente. Fra questi una scultura d’arte pubblica di grandi dimensioni che vorrei adornasse un area verde di un comune. Poi c’è una tela con il tema della memoria, piccoli reperti in ferro ed una “Ultima cena” in tridimensionale, realizzata con 12 cappi in ferro forgiati da installare su parete. Ci lavorerò sviluppando l’idea della trasparenza dei rapporti umani, nel triangolo difficile fra l’uomo, il male e la fede.

Jacqueline Ceresoli

 
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